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Due coppie di cromosomi impazziti, due amici ritrovati



Da una storia vera, il coraggio di donare la vita

20 e 22.

Squilla il cellulare. Un amico, sta rincasando dal lavoro, lavora in una multinazionale e spesso fa tardi. Con Giulio ci conosciamo dai tempi della scuola. Mi propone, su due piedi, di raccontare una storia che coinvolge oltre a lui un altro compagno di classe. Chiedo di più: per capire. Mi dice solo che a suo parere è una gran bella storia, in cui si sente ‘un vero privilegiato’. Anche secondo l’altro merita di essere raccontata bene. ‘Scrivere è il tuo mestiere no?!’, insomma, hanno pensato a me. Appuntamento in un bar, li sarà svelato il mistero.

9 e 22.

Nove e ventidue, nove e ventidue. Chissà quante volte li ha ripetuti. ‘E’ sicuro, dottore?’. Si, il verdetto era apparso da subito, alla semplice palpazione esterna dell’addome, inappellabile. Era leucemia, non stress, non stanchezza, peraltro poco credibili in ‘uno dei migliori fisici che il liceo avesse mai visto nell’ora di ginnastica’, come Vittorio amava dire di se stesso, tra il serio e il faceto. Durante la vacanza estiva negli States con l’amico Giulio erano emersi, on the road, i primi segnali di uno strano affaticamento, confermati dalle corse autunnali con Giulio (non il più “fisicato” nell’ora di ginnastica) e dalla prima sciata stagionale.

I controlli di rito, la notizia. Due coppie di cromosomi del suo DNA, il numero 9 e il numero 22, per ragioni mai chiarite si erano scambiati di posizione, 22 al posto del 9 e viceversa. Una pazzia. Il midollo osseo comincia a sovra produrre centinaia di migliaia di globuli bianchi, è una forma di leucemia definita mieloide cronica che alla lunga ti divora il fisico, ti annienta dall’interno e, di solito, colpisce in tarda età. Lui di anni non ne aveva nemmeno 30.

Shock. Disorientamento, non solo paura. La stessa che investe la mamma, la sorella, gli amici. Scatta la corsa per trovare la compatibilità con il suo di un altro midollo osseo, che Vittorio può ricevere solo da uno dei sette miliardi di esseri umani sulla Terra. Le percentuali di probabilità sfiorano lo zero. Vittorio poco alla volta comprende di essere un malato molto grave, di avere bisogno di un donatore per guarire. E’ una linea psicologica sottile, ma diventa sempre più marcata, quella che lo rende conscio che la spensierata vita di studente-lavoratore prenderà tutt’altra piega.

Parenti e amici subito si iscrivono all’ADMO nel Registro internazionale dei donatori di midollo, ma la realtà mostra un volto amaro, che è quello normale perché di gran lunga il più probabile. Nessuno di loro ha un midollo compatibile col suo. In pratica, ci si deve affidare a un perfetto sconosciuto sperando sia iscritto nel Registro.

Non succede nulla, per sedici anni. Non si trova nessuno. Vittorio nel frattempo è tenuto in vita grazie a un farmaco miracoloso, guarda caso sperimentato negli States, che gli fa condurre un’esistenza normale. Si sposa, Giulio gli fa da testimone, due figli, lavora, fa sport. Ma non è guarito.

Sedici lunghi anni passano anche per Giulio, l’amico di sempre, fino a quando gli viene comunicato che il suo midollo, per la cui donazione si era iscritto al momento della scoperta della malattia di Vittorio è stato trovato potenzialmente compatibile con quello di un uomo di 85 kg. Stessa patologia, leucemia mieloide cronica. Tocca a lui decidere, ora: procedere significa, con buona probabilità, salvare la vita di quello sconosciuto. Pensieri che si intrecciano con le emozioni di un gesto ben diverso da come se lo sarebbe aspettato allora. Giulio rinfresca le informazioni, si sottopone alle prime verifiche e i medici gli dicono chiaramente che per donare, al di là della volontà, occorre una condizione imprescindibile: la perfetta salute nel momento in cui gli è chiesto di farlo.

E’ un principio forte: la salute del donatore viene sempre prima di quella del malato; se si dona, occorre donare il meglio di sé. Giulio procede con gli esami di secondo e terzo livello, sempre più accurati, superando tutti gli steps. Sano come un pesce gli dicono al Policlinico di Milano, uno dei quattro centri accreditati della Lombardia per le donazioni di midollo. Ma, se vuole, può ancora dire di no: ad ogni passo della procedura è lecito fermarsi.

10 e 22.

Inizia la procedura di donazione per aferesi, modalità che prevede di ricavare midollo da sangue periferico, senza l’anestesia totale come accadeva in passato, perché nel frattempo le scienze mediche hanno compiuto progressi enormi. L’11 Gennaio 2016 Giulio fa quello che non ha mai dubitato, in assenza di rischi per il donatore, fosse “la cosa normale da fare”.

I giorni precedenti ho seguito con scrupolo le indicazioni previste – ricorda – senza particolari ansie. Non ho avuto febbre, né grave malessere. Mi sono presentato all’operazione sereno, lo staff del Policlinico è stato squisito. Tutto è andato per il meglio, al termine ho persino voluto guidare l’auto nel tornare a casa con mia moglie, nonostante mi avessero chiesto di venire accompagnato. Ma era tale l’adrenalina, la gioia di aver compiuto quel gesto, che non ci ho nemmeno fatto caso”.

Se gli chiedi del fastidio durante le quattro ore in cui è avvenuto il prelievo, sorride. “No, non è semplice come donare sangue, certo. Ma un po’ di stanchezza a distanza di qualche giorno e due pastiglie di tachipirina per alleviare un leggero mal di schiena nella fase di preparazione durante la stimolazione con il ‘fattore di crescita’ è il massimo che ho dovuto sopportare. Non c’è alcun paragone rispetto al potenziale beneficio provocato”.

Quell’uomo ‘compatibile’, malato come Vittorio, adesso ha il suo midollo: “Non potrò più donare per nessun estraneo al mondo, se non per un richiamo, in caso di bisogno, per lui”, aggiunge Giulio, molto felice e orgoglioso per ciò che ha fatto. “Oggi è come se avessi un terzo figlio adulto – afferma – oltre ai miei due piccoli. Come ho detto ai medici sono papà per la terza volta. Una sensazione impagabile, bellissima, simile a quella che mi ha trasmesso mia figlia di 7 anni quando il giorno seguente la donazione sono andato a prenderla a scuola ed, euforica, ha urlato alle amichette: è il mio papà, è vivo!”.

‘Metti in circolo il tuo amore’, diceva Ligabue. Già, perché non sai dove va a finire, ma sai che la vita se la doni, la salvi. La tua, e quella degli altri. E’ il prezzo ‘alto’ della felicità. La leggi negli occhi lucidi e ammirati di Vittorio, da 16 anni malato non ancora guarito, per il gesto dell’amico Giulio. Traspare nella voce di Giulio, donatore per Vittorio ma salvatore di un uomo che non conoscerà mai.

Giulio paga i caffè. Usciamo dal bar. C’è il sole. Un sole forte. Come la storia che i due amici mi volevano raccontare.

Forte quasi come la mattina dopo la donazione, quando il caso vuole che Giulio, uscito a farsi un giro, incontri la mamma di Vittorio.

Andrea B.


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