“Un passo alla volta, un pugno alla volta, una ripresa alla volta”

Era il 15 febbraio 2021, sembrava una giornata tranquilla ed invece da lì a poco tutto sarebbe crollato sotto i nostri piedi.
La tosse ci accompagnava da un mese ormai, ma lo spettro del covid e il lavoro nelle celle frigorifere ci aveva fatto battere strade diverse, antibiotici, antipiretici, sciroppi.
La tosse non passava, il nostro dottore dell’epoca auscultava e prescriveva la qualunque, intanto Salvatore non aveva più fiato, non riusciva a parlare e non riusciva a ridere, prendere in braccio il più piccolo dei nostri figli era ormai un sogno lontano.
Quel 15 febbraio ci recammo privatamente e di nostra iniziativa a fare una semplice lastra. Ci dissero che i risultati sarebbero stati pronti l’indomani. Con la nostra spensieratezza ci recammo a fare la spesa, andammo a riprendere i bambini tra scuola e asilo, pranzammo e poi quella chiamata: “Signora deve venire subito in clinica!”.
Salvatore era stanco e ormai senza appetito, mi recai da sola a ritirare il referto.
La bocca della dottoressa emetteva un suono mai suoi occhi raccontavano una storia diversa. Il polmone sinistro era collassato.

Preparai una valigia, non c’era molto dentro ma pesava come un macigno.

Ci recammo all’ospedale di Ascoli Piceno. Salutai Salvatore sulla porta del pronto soccorso, causa covid non potevo stare con lui. Tempo due ore li assegnarono una stanza, prima diagnosi: POLMONITE. Mi recavo in ospedale ogni giorno con la scusa del cambio vestiti sperando di poter incrociare il suo sguardo. Una volta sola me lo fecero vedere, come sempre bello come il sole.
Era il 18 febbraio quando tre medici mi fecero entrare nello studio dicendomi che su quel polmone ormai pieno d’acqua c’era una massa di 14 cm. Le mie ginocchia diventarono di gomma non trattenevano più il mio peso. Dovevano studiare il caso prima di una diagnosi così mi consigliarono di attendere prima di comunicarlo a Salvatore. Quel giorno, contro ogni regola, mi portarono nella sua stanza. Fu la prima volta che mentii alla persona che più amavo con la quale condividevo 15 anni di vita, un matrimonio e due splendidi figli.
Furono i 15 giorni più lunghi della mia vita, tra diagnosi date a caso e la consapevolezza che l’unico mio confidente non poteva ascoltarmi.
Il giorno della TAC lo ricordo bene, sapevo che la sala era al primo piano quindi sarebbe dovuto uscire dal reparto, con il cuore in gola lo aspettai, era solo un dialogo di sguardi, lui in ascensore e io e mia madre a correre per le scale per poter condividere con lui quel viaggio.

Il 25 febbraio alle 18.07, ricordo bene quel momento, ero in macchina.

Fino a quel momento ero sopraffatta dalla disperazione, ma quella diagnosi alquanto terribile da sopportare mi diede la forza di lottare.
Chiamai Salvatore, lui cercava di nascondere la diagnosi a me, ma io come un uragano gli feci accettare la cosa, non c’era il tempo di abbattersi ora, era solo tempo di lottare. Viste le mille diagnosi senza fondamento non avevamo più fiducia in Ascoli. Lo strumento che mi venne in soccorso fu internet. Al veder scrivere la diagnosi tutto diventò più reale: LEUCEMIA non si sapeva di che tipo ma il mostro era lei.
Digitando “miglior ospedale per LEUCEMIA” uscì il Policlinico San Matteo di Pavia, senza nessun indugio composi il numero, dal centralino mi passarono il medico di guardia, la dottoressa Marianna Rossi, che da lì a poco, a sua insaputa, divenne il nostro angelo.
Mi bastò spiegarle i sintomi e dirle di quella massa sul polmone che senza esitare mi disse: “LINFOMA LEUCEMIA LINFOBLASTICA”. Mi trovò subito un posto già per l’indomani.
Mio padre smosse mari e monti ma alle 20.00 avevamo tutto, ambulanza con ossigeno e medico a bordo.
Lo aspettai all’uscita per poterlo vedere.

Il suo sguardo smarrito mentre tratteneva le lacrime è ancora nitido dentro di me.

Erano 15 giorni che ci scambiavamo solo sguardi, ma quel giorno le nostre labbra si rincontrarono. Carichi di emozioni partimmo alla volta di Pavia, io in macchina con mio padre e lui su quel mezzo guidato ed accompagnato da altri angeli del destino. Per l’ennesima volta dovevo sminuire e nascondere ciò che provavo perché lui ora aveva bisogno di me e della mia forza.
Le parole della dottoressa mi gelarono il sangue: “E’ arrivato ovunque, nel caso farà un tampone ed entrerà con lui per l’ultimo saluto”. Quella volta però le ginocchia restarono salde, non mollarono la presa, ormai il nostro motto era “un passo alla volta, un pugno alla volta, una ripresa alla volta”, sapevo che lo sconforto non ci avrebbe aiutato. Iniziò il suo calvario con me a 600km da casa, senza i figli che non vedeva da un mese ormai, le prime chemio e i primi capelli che cascavano, i suoi 83kg che divennero 56kg, il suo viso mutava, ma i suoi occhi continuavano a brillare, le rachicentesi che lo torturavano e la lontananza da me che lo spegneva. Il 20 marzo era arrivato, la settimana era andata. La seconda, la terza e la quarta pure. Era tempo di una pausa, era tempo di uscire.

Raramente ho visto Salvatore piangere. Quello fu uno dei rari momenti, erano caduti gli scudi.

Ora era totalmente ed inevitabilmente affidato a me. I giorni volarono, il secondo e il terzo ciclo di chemio finirono a maggio. Purtroppo, il mostro era più piccolo ma era ancora lì, quindi candidato per il trapianto. Un misto di paura e di ignoranza ci mostrava quell’alternativa come una minaccia. Iniziò l’iter della ricerca di un donatore tra i familiari, purtroppo nessuno era compatibile. A luglio la notizia: “Ci sono due donatori in Germania compatibile al 100%”.
Tutto era in moto, purtroppo uno dei donatori, quello più quotato, venne a mancare però lei, la nostra eroina tedesca era ancora lì. Dopo 6 cicli di chemio la notizia “REMISSIONE COMPLETA” potevamo partire con le pratiche. Ospedale San Raffaele per la radio TOTAL BODY, acquisti per quel mese in camera sterile. Una settimana prima l’ingresso della camera 5.
Ricordo il verde delle pareti, il sorriso delle OSS e delle infermiere (che ringrazierò a vita) e quel vetro, amato ed odiato nello stesso tempo. Potevo vederlo ma non potevo toccarlo. Era più semplice però svuotare i suoi malumori, le sue cadute, il suo non voler più lottare.

Siamo noi la loro forza.

Settembre, “giorno 0”, i primi 98 giorni, i più difficili, non per chissà quale complicazione, ma per lo stato suo mentale ormai martoriato, lontano da casa, lontano dai figli.
Finalmente a Natale siamo potuti tornare a casa e da lì la grande ripresa ma il momento in cui tutto è migliorato arrivato dopo un anno esatto dalla diagnosi ovvero quando è risalito sui tre scalini del suo camion. Ha girato la chiave e messo in moto il suo bestione, erano passati “solo” 180 giorni, ma era chiaro che per riaverlo dovevo lasciarlo andare, doveva ricominciare a vivere una vita normale.
I valori del sangue sono risaliti, il peso ha ripreso ad aumentare, era tornato alla sua gioia di vivere.
Non sarà mai un percorso facile anzi posso affermare che per lui è stato il percorso e il viaggio più duro, ma con l’equipe giusta e con la forza di volontà si può fottere questo mostro.
La recidiva può essere dietro l’angolo ad aspettarci, è vero, ma bisogna vivere adesso non domani, ogni giorno rubato è uno schiaffo.
Apprezziamo l’oggi perché è certo, il domani non ci deve spaventare, non lo conosciamo.
La sua rinascita parte dai dottori: Marianna Rossi, Paolo Bernasconi, Anna Amelia Colombo, Bergamini e tutti gli splendidi angeli che popolano il reparto di ematologia del Policlinico San Matteo di Pavia, dove regna sovrana la professionalità ma soprattutto l’umanità.

Un grazie speciale lo dobbiamo a quell’angelo tedesco di cui non conosciamo né il nome ne il viso ma abbiamo avuto l’onore di conoscere il suo grande cuore.

Con questa mia testimonianza spero di poter dare forza a chi lotta, coraggio a chi sta di fianco e sensibilità a chi non ha vissuto esperienze simili perché con un semplice prelievo di sangue midollare può dare e restituire la vita ad un padre, un figlio, una madre, una sorella o un fratello.
Non costa nulla ma ti regala l’emozione più forte della tua vita.
Antonella moglie di Salvatore
I guerrieri Mattia e Andrea che senza accorgersene davano forza a mamma e papà

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